Murale di Giorgio Di Venere del 1994
Giorgio Di Venere nasce a Mestre nel 1927 è pittore, acquarellista e incisore.

Ha compiuto gli studi presso l’Istituto d’Arte di Venezia dove ha poi insegnato calcografia e xilografia dal 1968 al 1983. Fa parte dal 1960 dell’Associazione Incisori Veneti e attraverso l’Associazione è stato presente ad innumerevoli esposizioni in Italia e all’estero.

Giorgio Di Venere in gioventù aveva sofferto la povertà e nel suo dipinto vuole raccontarci uno dei mestieri intrapresi da chi non aveva nulla, se non il proprio ingegno, di chi partiva dal proprio paese per fare l’ambulante, per proporsi ad aggiustare ombrelli, impagliare sedie, rifare il filo alla lama di coltelli e forbici.

L’arrotino arrivava con un carretto, attrezzato con una mola ed un serbatoio d’acqua, con cui tenere umida la pietra smerigliata. In seguito il carretto fu sostituito da una bicicletta, che facilitava il lavoro perchè pedalando si faceva girare la mola, dopo aver spostato la catena dagli ingranaggi della ruota.

Per comprendere il linguaggio espressivo usato da Di Venere nel murale, ci rifacciamo ad una sua affermazione: “i paesaggi e gli ambienti che ho conosciuto fanno parte della mia memoria; ed ora quando con la memoria mi trovo a rivisitare certi luoghi (a suo tempo già rappresentati in modo molto descrittivo) sento l’esigenza di operare dando più importanza alla materia pittorica, ad un certo accordo cromatico e formale, cercando di valorizzare quel tonalismo onirico assai adatto a raggiungere atmosfere sognanti e sospese, fuori dal tempo e da ogni realtà oggettiva”.

Così Di Venere ci fa rivivere una scena che fino agli anni ’60 in Italia faceva parte della quotidianità, l’arrotino che si presentava al grido: “El moleta done. Done el moleta che ve gua la forbeseta, el mole-taa!”.

Stemma del Cadore

Il Cadore è stato da tempi immemori il confine naturale delle terre venete ed il baluardo di difesa dalle possibili invasioni da settentrione.

La catena stesa tra i due castelli simboleggia il confine a testimoniare la vitale funzione di protezione dei confini attribuita a questa terra.

Il fatto che ne sia rimasta memoria nei secoli e nei millenni è dovuto all’isolamento naturale del Cadore ed alla naturale istinto degli abitanti di conservare gelosamente usanze e tradizioni.

Da ricordare che la sostituzione del tiglio con il pino è avvenuta in concomitanza con le occupazioni francesi di inizio 1800 nel tentativo di portare la modernità (si chiedevano infatti perché fosse usato il tiglio come simbolo di un luogo dove prevalgono i pini). Non ho ben capito se sia stata la popolazione a decidere il cambiamento o se siano state le nuove autorità occupanti francesi ad imporlo.

Il quadro a cui ci riferiamo è quello conservato nella sede della Magnifica Comunità del Cadore, oggetto di altra nota. Aggiungiamo a completezza quanto riportato nel libro di Giovanni Fabbiani “Breve Storia del Cadore” edito dalla Magnifica Comunità stessa:

Circa dal Quattrocento lo stemma del Cadore è composto da due torri con in mezzo un abete legato alle torri da una catena. Le torri ricordano i castelli di Pieve e Botestagno, la catena significa l’unione di tutta la Regione (l’albero era forse in origine il tiglio intorno al quale si si riunivano le assemblee popolari dei capifamiglia).