Murale dipinto da Giorgio Celiberti nel 1987

Giorgio Celiberti nasce a Udine nel 1929. Allievo di Emilio Vedova, a soli diciannove anni partecipa alla Biennale di Venezia del 1948, la prima edizione del dopoguerra, a cui partecipano solo 14 paesi ma con firme straordinarie del calibro di Picasso, Chagall, KoKoschka, Pollock, Ernst, Mirò, Kandinsky e Dalì.

Inizia quindi una serie di viaggi che rimarranno fondamentali per la sua formazione in quanto da queste esperienze trarrà un repertorio di segni e tecniche che rielaborerà negli anni successivi.

A partire dagli anni 60 si dedica alla scultura, dopo aver frequentato Henry Moore.

Nel 1965 accade un fatto destinato a modificare in senso radicale la sua arte. Visita il lager di Terezin, vicino Praga, dove 15 mila bambini ebrei, prima di essere trucidati dai nazisti hanno lasciato testimonianze della loro tragedia in graffiti, disegni, in brevi frasi di diario e in un libretto di poesie, testimonianze toccanti della loro tragedia.

Celiberti affermerà: “Quello fu il momento più drammatico della mia storia di pittore…
…Ciò che producevo dopo la visita a Terezin sembrava non esprimere abbastanza il dolore profondo che provavo. Come se in quel momento fossi passato a vedere la vita dall’altra parte: dalla parte della verità, della tragedia, del dolore, dell’orrore, della vergogna di essere uomo e come tale responsabile di quello che era accaduto.
Desideravo dare una risposta che non si servisse delle parole, perché le parole erano tutte inutili. Bisognava scavare dentro per trovare segni che rispondessero all’invocazione di quei bambini, che con i loro graffiti avevano lasciato una disperata domanda d’amore e anche di perdono. Hanno scritto delle poesie e fatto dei piccoli disegni rappresentanti farfalle, cuori, numeri. Ho cominciato così a dipingere le farfalle, i cuori e i numeri in omaggio a quelle vittime innocenti.”

E infatti anche nel murale che dipinge a Cibiana, Celiberti ci rappresenta la stalla disegnata come fosse un graffito dei bambini del lager, in una stanza delimitata da pareti cupe, dove la luce proviene da una finestra con inferriate posta in alto.

Marcello Venturoli, critico e amico di Celiberti lo definisce informale italiano che si esprime alla maniera tonale per incanti e non per truci furori.

Italo Calvino, rivolgendosi all’artista diceva: “la tua pittura mi piace perchè è robusta e raffinata nello stesso tempo perchè c’è dentro il senso della solidità delle cose”